Cara dr.ssa Ida Magli,
da mesi si parla con insistenza
anche di un futuro ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Ma la
Turchia non è affatto un paese europeo, né per la sua posizione
geografica, né per storia, cultura e religione. Ritengo che questi
siano motivi validi per essere contrari al suo ingresso nell’UE. Ciò
non vuol dire essere contrari a creare con la Turchia e con altri
paesi del bacino mediterraneo delle linee privilegiate di alleanza e
di rapporti di cooperazione. É vero che la Turchia dal 1949 fa parte
della Nato, è un importante alleato nella lotta contro il terrorismo
internazionale, è uno stato laico, ma non può considerarsi un paese
europeo.
Geograficamente parlando più del
95% del suo territorio si trova in Asia, come la capitale Ankara. Se
la Turchia entrasse a far parte dell’Europa, l’Unione sarebbe poco
“europea” in quanto confinerebbe con l’Iraq, l’Iran, e altri stati
asiatici.
Storicamente parlando i turchi e
l’Impero Ottomano sono stati per secoli una minaccia costante nei
confronti della civiltà europea. Per secoli una parte dell’Europa
orientale (Grecia, Romania,. Bulgaria, Albania, Serbia, ecc.) ha
subito la dominazione turca. L’Impero Ottomano ha tentato più volte di
conquistare l’Europa, ma è stato eroicamente respinto sia a Lepanto
(1571) che nell’assedio di Vienna del 1683. Senza la vittoria di
Vienna oggi non saremmo qui a parlare di radici cristiane dell’Europa
da inserire nella Costituzione europea. E, infine, la Turchia non ha
ancora riconosciuto ufficialmente il genocidio degli armeni avvenuto
nel 1915, quando un milione e mezzo di armeni, da millenni stanziati
nelle regioni nord orientali della Turchia, furono massacrati in
maniera atroce dal governo turco durante l’ultima fase di vita
dell’Impero Ottomano. Sarebbe veramente uno scandalo se fosse ammesso
nell’UE un paese che non ha il coraggio di riconoscere gli orrori
commessi quasi un secolo fa. Sicuramente sono stati fatti molti
progressi dal punto di vista democratico dalla Turchia, è uno dei
pochi stati laici musulmani, ma questo non significa che basta essere
un paese democratico per entrare nell’Unione europea.
Ci sono anche altri aspetti da
considerare. L’ingresso della Turchia in Europa significherebbe
l’adesione di un paese di 70 milioni di abitanti, la quasi totalità di
religione musulmana, che nel 2025, con il tasso di crescita previsto,
potrebbero arrivare a 88 milioni. Con molta probabilità il paese più
popoloso dell’UE diventerebbe uno stato musulmano, ci sarebbe un
aumento dell’immigrazione turca e questo metterebbe a rischio
l’identità europea che, volenti o nolenti gli euroburocrati, è una
identità cristiana.
Anche le conseguenze economiche
sarebbero negative. Il reddito medio di un cittadino turco è
notevolmente inferiore a quello dei cittadini dell’Unione europea, il
tasso annuo di inflazione della Turchia è molto alto. Il costo
dell’adesione della Turchia sarebbe sicuramente pesante per i
lavoratori italiani ed europei. Non solamente questi si troverebbero
sul loro territorio a concorrere con manodopera a basso prezzo, con il
conseguente aggravio della disoccupazione, ma molto probabilmente
numerose imprese trasferirebbero le proprie attività in Turchia visti
i bassi costi di produzione. Problema analogo per gli agricoltori che
già competono con prodotti concorrenziali e di bassa qualità
provenienti dalla Turchia e dagli stati nordafricani. Sarebbe
necessario anche un “piano Marshall” per aiutare questo paese a
colmare il suo ritardo economico, e ciò comporterebbe il dirottamento
verso la Turchia di una grande quantità di denaro, raccolto con un
aumento delle imposte, che andrebbe a discapito della aree più
disagiate come il nostro mezzogiorno che, già adesso con
l’allargamento ad Est rischia di vedere una riduzione delle risorse a
disposizione.
Francesco Fedeli
(Roma)