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di Raffaello Volpe
Lettere a ItalianiLiberi
| 27
Aprile 2003 |
Pensando e ripensando all'immagine di
Saddam, ripetuta all'infinito per le strade di Baghdad, ancor più
dalle televisioni di tutto il mondo, un'inquietudine mi assillava. I
pensieri deviavano su di un parallelo: si tratta di una guerra? Anche
noi in Occidente abbiamo pubblicità, ripetuta all'infinito, ad ogni
angolo delle strade e strategicamente posizionata affinché lo sguardo
cada giusto lì, nell'attesa di un semaforo verde, alla curva di un
incrocio, sul fronte di un palazzo in restauro, dentro la propria
casa, ma sempre su di un cartellone, in una rivista o in una
televisione, che ti chiede di comprare qualcosa, di attribuire valore
a qualcosa. L'inquietudine parte dallo stesso volto ossessivo, quello
di una guerra dell'immagine mossa anche qui contro le persone, tutte,
indistintamente. Così come in Iraq qualcuno diceva: «Comprate Saddam,
che è buono per farci qualsiasi cosa…», qui, nel mondo occidentale,
qualcuno dice a tutti noi: «Comprate qualsiasi cosa, che tutto è buono
per farci quello che volete …». Domanda: dove è finita la libertà, se
non tutto è buono per farci qualcosa, se in entrambi i casi lo sguardo
non può oltrepassare mai il cartellone pubblicitario, neanche per
vedere il muro di bellissime pietre o di rossissimi mattoni, un
paesaggio di mare o di campagna, figuriamoci il resto...?
Ma una domanda non bastava, e così il bolero
dei punti interrogativi cominciava a prendere il suo ritmo. Insegno
grafica pubblicitaria in un istituto professionale. Da quando sono docente
di grafica, ho sempre posto come principio base i valori migliori della
nostra cultura, quella italiana d'Occidente; il potere mentale,
inconsapevole, profondo che la pubblicità dispiega sulle persone, è
enorme, semplicemente perché si fonda sull'immagine e dove anche le parole
diventano, riducendosi, sola immagine. Ne deriva una grande
responsabilità, che pochi pubblicitari comprendono fino alle sue estreme
conseguenze; nessuno fra questi se ne cura. Altra domanda: ma qual è il
valore dell'immagine?
Pensare un'immagine non è soltanto proporre
un acquisto, ma proporre anche un significato simbolico (l'Uomo
attribuisce un significato a tutto poiché ha inventato il Linguaggio); non
è usare una fotografia o un disegno per far giungere un messaggio, ma,
poiché sono in tanti a farlo e tantissimi a raccoglierlo, è creare un
immaginario collettivo, cui nessuno di noi, per la sua quotidiana
presenza, può sfuggire, nel bene e nel male; soprattutto l'immagine è alla
base della cultura in Occidente. Solo per fare un esempio, per porre
termine alle persecuzioni della guerra iconoclasta del VIII-IX secolo d.C.,
ne hanno colto e difeso l'enorme valore conoscitivo e didattico prima
Irene, nel 734, che promosse il VII concilio ecumenico a Nicea,
ristabilendo la legittimità del culto delle immagini, e poi l'imperatrice
Teodora, nell'843, la quale riuscì a comporre la disputa, nuovamente
risorta, confermando la legittimità del culto delle immagini. Ne hanno
colto l'importanza anche artisti e poeti. Indifferentemente, che si
trattasse della creazione di figure o allegorie, il veicolo di
comunicazione con l'alterità-l'altro era lo stesso: l'immagine. L'USO
DELL'IMMAGINE HA POSTO L'UOMO DI FRONTE AD UNO SPECCHIO, A DIO COME A SE
STESSO, PERMETTENDOGLI LA COMPRENSIONE DI SÉ. A testimonianza del valore e
della necessità per tutti noi di questa forma di comunicazione, basti
pensare che tutto il pensiero laico dell'Occidente è caratterizzato da
questo percorso. In poche parole, l'uso dell'immagine è valso alla
scoperta della realtà, in particolar modo quando l'immagine rappresentava
in modo realistico il contesto: vedi gli antichi romani, pensiamo anche ai
greci con le loro meravigliose sculture. L'immagine, quindi, è alla radice
della stessa Scienza, che della realtà ha fatto il proprio campo di
ricerca. Anche la Scienza "rappresenta" la realtà, ma lo fa basandosi sul
concetto di verifica, dato che qualsiasi teoria va provata, altrimenti si
resta nel campo delle ipotesi. Ma restiamo all'uso attuale dell'immagine:
la pubblicità è Arte? A tutt'oggi non credo, altrimenti questo mondo
sarebbe migliore; e poi i pubblicitari rubano e saccheggiano
sistematicamente dall'Arte, quella vera. La pubblicità è Scienza? Non
penso, perché oltre al profitto e alle modalità per raggiungerlo, non si
verifica null'altro. La domanda successiva allora riguarda noi tutti: se
queste immagini che ci condizionano — e vorrei dire come — non sono
Scienza, non sono Arte, cosa sono?
Formulerò la mia ipotesi, dicendo che la
pubblicità oggi è l'espressione di una dittatura sul pensiero, perché non
si offre possibilità di fare ricerca, in altre parole si nega il Pensiero.
Mi viene in mente un contenitore qualsiasi, una bottiglia con il suo
possibile contenuto, come l'acqua, il vino, l'olio… già le mandorle avrei
delle difficoltà a inserirle; ma le persone, come si fa a infilare le
persone dentro una bottiglia?
Questo fanno i pubblicitari: usando in modo
improprio il contenitore "Pubblicità", invertono il binomio fondante del
principio di realtà, quello del rapporto realtà-immagine, e pongono in
atto un paradosso (spaventoso, che a sua volta crea o favorisce stati
allucinatori collettivi), dove non è la realtà prioritaria rispetto
all'immagine, ma viceversa è l'immagine che "deve" prevalere sulla realtà,
minando il meccanismo base della conoscenza. Ciò avviene costruendo
rappresentazioni che non consentono più di riconoscere il reale perché non
vi corrispondono. A prova di ciò, cito due pubblicitari, uno inglese
l'altro francese, indicativi della tendenza sviluppatasi negli ultimi
cinquant'anni della storia pubblicitaria: David Ogilvy e Jaques Seguela.
Il primo, verso la metà degli anni Sessanta scrisse un libro intitolato:
"Confessioni di un pubblicitario", di cui, sul tema dell'immagine del
prodotto, riporto un frammento: «(…) sulla base di questa immagine del
prodotto o della marca, il consumatore non acquista soltanto un prodotto,
acquista i benefici fisici o psicologici che il prodotto o la marca gli
trasmettono. Così ciò che è detto del prodotto in pubblicità è spesso più
importante, ai fini della decisione d'acquisto, degli attributi fisici che
il prodotto possiede».
Ogilvy, per primo affermò che il prodotto
doveva avere un'identità precisa, una personalità propria, connotate da
coerenza nel tempo. Riportando dallo stesso testo, trascrivo (il
sottolineato è il mio): «Più le marche diventano simili, più la scelta è
affidata al caso e non alla ragione. Non esistono sostanziali differenze
tra le varie marche di whisky, di sigarette o di birra. Sono quasi tutte
uguali.(…) Però l'azienda che offre una marca con una forte personalità
(naturalmente grazie alla pubblicità) riuscirà ad assicurarsi una maggiore
quota di mercato con maggiori profitti».
Da quel momento in poi i pubblicitari, chi
più chi meno, rinunciano deliberatamente alla logica per motivi economici,
contribuendo pesantemente all'abbattimento del principio di realtà, la
base della sopravvivenza per la specie umana. I pubblicitari, e non solo
loro, impediscono lo sviluppo del pensiero in tutti coloro che si trovano
dall'altra parte della pubblicità, cioè nei suoi fruitori. Grazie
all'enorme contributo dei pubblicitari, d'ora in poi, si rafforzerà la
politica del chi comprende comprende, chi no sarà "consumato"
dall'immagine dei prodotti che acquista, dimenticando che col passare
delle generazioni i meccanismi di difesa si riducono: penso ai bambini —
un domani adulti — considerati dai pubblicitari i "migliori consumatori di
pubblicità".
Il secondo pubblicitario inferse un colpo
ancora più violento, portando a estreme conseguenze il percorso intrapreso
dal suo predecessore. Se Ogilvy si preoccupò di scrivere che non si
dovevano raccontare bugie ai consumatori, perché se ne sarebbero accorti e
perché «tra loro c'è anche la mamma di David Ogilvy» (…ma era sincero?),
Jaques Seguela, dopo la crisi petrolifera e quella economica mondiale
degli anni Settanta, in risposta alla standardizzazione delle prestazioni
dei prodotti, nei primi anni Ottanta teorizzò e realizzò la star strategy,
in base alla quale «ciò che conta non è il prodotto in sé, ma ciò che il
prodotto promette all'immaginazione dei consumatori»(Vanni Codeluppi, Da "Quarc-quaderni
di arte e comunicazione- Pubblicità" Ed. Zanichelli, 2000).
Seguela riuscì nell'intento, applicando ai
prodotti il fascino di Greta Garbo, Rita Hayworth, Gary Cooper, dei
semplici attori che, negli anni Trenta e Quaranta fu possibile trasformare
in divi dello spettacolo. I prodotti, come i divi di Hollywood, dovevano
possedere un fisico (il prodotto in sé), un carattere (desiderabile…), ma
principalmente uno stile (la personalità…), in modo che la combinazione
delle tre parti avrebbe facilitato l'identificazione fra il prodotto e il
consumatore. Il percorso al contrario, di ribaltamento dei valori nel
rapporto fra immagine e realtà nella pubblicità, è concluso
definitivamente. Negli anni successivi, attraverso la diffusione
pubblicitaria, non solo si rafforzò questa tendenza, ma si progredì sempre
più verso la rappresentazione di mondi ideali e favolosi. A tutt'oggi,
nella pubblicità, non vige il "principio di realtà" ma il "principio di
irrealtà", nascondendo, il condizionamento di una visione del mondo
economicista assoluta, di derivazione marxista. L'ovvio di un mercato che
pone al di sopra di tutto la moneta, sacralizzandola, ponendola su di un
piano trascendente, grazie al quale ogni discussione in proposito è
tabuizzata. Lo stesso motivo per cui l'Europa Unita, prescindendo
dall'identità di ogni singolo popolo fonda la propria esistenza su di
un'unica moneta.
Qualcuno fra i nostri governanti, così
patriottici (in realtà nessuno fra loro lo è…), saprebbe dirmi qual è la
differenza fra Popolo e individuo…?
Nella realtà contemporanea, la
Comunicazione, in quanto rappresenta, non può fare a meno dell'immagine,
che, però, non può essere considerata come unico canale preferenziale per
conoscere il Tutto, soltanto perché è più immediata nella leggibilità del
senso del messaggio rispetto al Linguaggio (fondamentale, invece, per
oggettivare la realtà). L'uso della pubblicità, e non solo, che da un
certo momento in poi se n'è fatto, ha reso possibile nelle persone,
globalmente e nel tempo, la riduzione di capacità nell'arte d'essere
consapevoli di sé e del mondo che ci circonda: questo infinito moto
dell'anima parlante in ognuno di noi.
Ma che importa?
Tanto c'è la pubblicità che ci conforta,
tante belle trasmissioni di contorno che ci intrattengono su di un
quotidiano svilito fino a quell'ideale del benessere per tutti a tutti i
costi; anche quando apparentemente sembra esserci sofferenza e, in realtà,
c'è solo il compiacimento della rappresentazione del piacere come del
dolore altrui per esorcizzare il proprio, o, peggio, per goderne
sadicamente. Tanto ci sono quiz che ci fanno credere che la conoscenza è
quella, una risposta azzeccata che dà valore solo al denaro e occupa la
mente non in cose ma in modi insulsi (il metodo non ha più importanza).
Tanto ci sono trasmissioni con politici di bella presenza, dediti a
litigare e a dire cose terribili (ma sanno quello che dicono?) e
dimentichi troppo spesso che non è un frammento di visibilità — ormai
consumata — che conta, ma la serietà di ciò che si dice e si fa. Tanto c'è
l'indifferenza nascosta del credere di possedere una tranquillità ormai
persa, ma che pur di mantenere in vita, si diventa capaci di pretendere
una pace così intransigente, così chiusa da far nascere il sospetto che in
realtà sia il volto di un'altra guerra, meno evidente, più subdola perché
mina l'anima delle persone, di noi tutti. Quella guerra in Iraq come in
Occidente che suona un po’ così:
«Comprate Saddam, che è buono per farci
qualsiasi cosa, comprate qualsiasi cosa, che tutto è buono, per farci
quello che volete… così buono da non far sentire nemmeno dove siano più i
passi della Libertà». |