Editoriale

Modelli culturali

 

di Ida Magli
ItalianiLiberi associazione | 03 Ottobre 2004

 

La forma
 

   Ritengo che siano molti coloro che pensano le stesse cose che ci ha scritto un nostro Lettore esponendole con tanta chiarezza (*). Dato che si tratta di argomenti essenziali, ai quali ho alluso più volte (in decine di articoli, in quasi tutti i miei libri e nel volume Contro l’Europa), mi rendo conto adesso di doverci ritornare in maniera più approfondita, analizzando i temi fondamentali, anche se sarò costretta, a causa della loro complessità, a ridurli ad una specie di diagramma.
   Il primo interrogativo riguarda il “chiudersi” o non chiudersi nel proprio modello culturale. Purtroppo, però, porsi la domanda in questi termini significa che non si ha chiara l’idea di che cosa sia un “modello culturale”. Ogni modello culturale di per sé è chiuso in quanto possiede una “forma”. Esso rimane in vita fino a quando non perde questa forma, o per l’estinzione fisica del popolo che lo ha prodotto o per l’immissione di tratti culturali estranei, che non possono essere metabolizzati perché sono in contraddizione con la “forma”.
   Mi spiego subito con degli esempi. Una forma è il profilo di un popolo, il suo stile costante, al di là degli avvenimenti contingenti, il “carattere”, la personalità di base di un popolo. Quando diciamo che “i Tedeschi sono fatti così”, che “gli Inglesi sono fatti così”, che “gli Italiani sono fatti così”, alludiamo appunto ad uno stile, ad un carattere che tutti noi riconosciamo quasi istintivamente ma che ci sarebbe difficile precisare con un solo termine, proprio perché sintetizza una molteplicità di tratti culturali, ereditati insieme ai connotati fisici attraverso molte generazioni. Sottolineo che la forma non è la somma dei tratti, ma il tessuto fittissimo della loro interconnessione. Spesso in antropologia si fa l’esempio, a questo proposito, del caleidoscopio: se si sposta uno solo dei vetrini colorati, cambia tutto il disegno. Si tratta tuttavia di una approssimazione inadeguata alla realtà. Sarebbe forse meglio riferirsi a un puzzle, dove non può trovare posto nessun tassello che non appartenga al disegno.
   Una forma, come spero sia chiaro a tutti, non può diventare una “non-forma” senza che questo significhi la fine, o fisica, o culturale, di un popolo (sui popoli della “non-forma” in Sud America e in Africa mi soffermerò in altro articolo). E per fine si intende che non si sviluppa, che non produce altra cultura nella direzione di senso insita nel suo modello; insomma che è morta, è inerte, anche quando in apparenza quel certo popolo vive. Posso fare due esempi: gli Zingari e gli Indigeni d’America (quelli di tanti film western, per intenderci).

 

Gli Zingari
 

   Gli Zingari li abbiamo sotto gli occhi in tante città italiane e europee. Sono dei sopravvissuti a se stessi, privi di forma, fingendo di aver conservato la propria forma. La forma era data da un tratto culturale di base: il nomadismo. I popoli nomadi sono popoli che si spostano continuamente da un territorio ad un altro in quanto non producono in proprio nulla di ciò che è indispensabile alla vita, ma lo strappano alla natura, (acqua, legna, piccola caccia, raccolta di erbe spontanee) e agli abitanti dei luoghi dove si recano.
   Nel mondo attuale, dove non esistono più territori che non appartengano a qualcuno, il nomadismo non può sussistere e diventa quello che conosciamo: stare fermi da centinaia di anni in alcune città, fingendo di essere nomadi perché vivono in finti “accampamenti”, con roulottes al posto dei cavalli, rubando nelle case dei dintorni invece che nelle steppe che non esistono più. Naturalmente stiamo usando dei concetti privi di “senso culturale”. I predoni di un tempo mettevano paura alle popolazioni, ma non erano inseguiti dal codice penale per il reato di furto. Di fatto gli Zingari riescono a fingere di vivere come Zingari soltanto perché il mondo che li circonda glielo permette, chiudendo gli occhi sulla loro morte, senza poter apprendere nulla da loro così come loro non hanno potuto apprendere nulla da noi.

 

Gli Indios d’America
 

   Il problema degli Indios d’America lo conosciamo tutti e suscita in noi sentimenti molto diversi perché si tratta di popolazioni deprivate con la forza della conquista dei propri territori, dei propri beni, dei propri significati di vita. Le “riserve”, come spero sia chiaro a coloro che mi leggono, non rappresentano una vera vita culturale, ma una specie di conservazione sotto vuoto, senza possibilità di sviluppo, senza futuro, in attesa di una lenta estinzione fisica. Anche lì, però, si pone l’interrogativo di quali siano i modelli culturali “aperti” e quali quelli chiusi. Ebbene non posso che ripetere che ogni modello culturale di per sé è chiuso, anche il nostro, perché i tratti culturali di altri modelli possono esservi integrati soltanto quando non si scontrano con una differenza di base. Questa differenza di base la posso riassumere così: il modello del “divenire” per il quale il meglio sta nel cambiamento, e il modello dello “stare fermi” perché il meglio sta all’inizio, all’origine.
   Discende come conseguenza inevitabile da questa impostazione dei modelli culturali che noi, appartenenti al modello del “divenire” (lo spiegherò meglio mano a mano che andremo avanti in questo discorso) non possiamo prendere nessun tratto culturale dai modelli che fissano il momento di perfezione all’origine e che quindi stanno fermi. Non possiamo prendere nulla dagli Zingari così come non possiamo prendere nulla dagli Indigeni d’America. Quello che ci piace di loro lo assumiamo come letteratura, come poesia, come “un sapere diverso”, ma di tipo cognitivo o di tipo estetico, affettivo, non come comportamento di vita reale.

 

La perfezione dell’origine
 

   Il concetto di “perfezione dell’origine” rinvia al sacro, al mito di fondazione come atto della divinità e come tale non modificabile. Gli esempi più evidenti li abbiamo sotto gli occhi: gli Ebrei, i Musulmani. Quando in tanti degli articoli che ho pubblicato sul nostro sito, ma anche in quasi tutti i miei libri, ho posto la differenza radicale fra l’Occidente, prima Romano e poi cristiano, e il Medio Oriente, mi sono sempre riferita all’Antico Testamento. Purtroppo a causa del conflitto che ha dilaniato i discepoli di Gesù di Nazaret fin dall’inizio della loro azione in Occidente, e prima di tutto con S. Paolo, anche per i lettori di oggi, cristiani e non cristiani, è difficile comprendere che la rottura con l’Antico Testamento è una rottura “laica”, ossia di un mondo, quello Romano che fonda il proprio modello culturale sulla propria forza, sulla propria parola, e non su quella sacra. E’ il motivo per il quale, i Romani si prendevano tutte le divinità che trovavano sul proprio cammino. Non erano “religiosi” o superstiziosi, come spesso è stato insegnato a scuola, ma al contrario: tante divinità, nessuna divinità. La rivoluzione di Gesù di Nazaret è la rivoluzione contro la prigione del sacro, contro i rituali, contro la preghiera prefissata, contro il tempio, contro il sacerdozio, contro il sacrificio della vittima. Insomma contro, non soltanto l’Antico Testamento, ma contro i fondamenti, le strutture del sistema del sacro.
   Per questo (chiedo scusa se sono costretta per ragioni di brevità ad affidarmi all’intuito dei lettori) il modello dell’Occidente conta il tempo in divenire, verso una meta che non si sa quale sia perché la sua meta è il non averne prefissata nessuna. La scienza nasce in Occidente per questo stesso motivo: “cerco” in continuazione perché so che cercando troverò sempre qualche cosa che non sapevo. E’ in definitiva il dubbio critico, ossia la “libertà”.

 

Il divenire
 

   Il modello occidentale, perciò, è soltanto in apparenza più “aperto”: la sua “forma” consiste nell’essere aperto al divenire, al sapere, al dubbio critico, e non può integrare, metabolizzare nessun tratto culturale che appartenga a modelli culturali che seguono la direzione di marcia opposta: quella di stare fermi alla “rivelazione” (si chiama così appunto perché non è stata inventata dagli uomini, o meglio perché si crede che non sia stata inventata dagli uomini).
   Ecco, dunque, la risposta agli interrogativi del nostro lettore: l’immissione forzosa dei modelli “sacri”, (l’islamismo) quale vorrebbero nella loro presuntuosa e dittatoriale ignoranza i nostri governanti, non è possibile senza conflitto e in questo conflitto quasi certamente noi scompariremo, se non altro per la maggioranza fisica dei musulmani. Gli Ebrei non fanno proseliti, ma anch’essi saranno sconfitti perché non si può continuare a credere che a un Dio, creatore e onnipotente quale quello proposto dall’Antico Testamento, possa essere gradita l’offerta di una membrana del pene (la circoncisione), l’uccisione di animali, la fuoriuscita del sangue perché nel sangue è riposta l’essenza vitale. (Se qualcuno non lo sa, è questo il motivo per il quale nel terrorismo islamico i prigionieri vengono sgozzati: si tratta di un sacrificio rituale). Se offro il prepuzio, riduco Dio e me stesso al livello del prepuzio; se offro l’uccisione di un agnello, riduco Dio e me stesso al livello dell’agnello; se offro il sangue, riduco Dio e me stesso al livello del sangue…
   Del sangue, oggi, sappiamo tutto, e dunque quello che poteva essere giustificato nell’ignoranza di oltre tremila anni fa, cui risalgono i precetti di Mosè, è privo di senso nel mondo moderno nel quale anche Ebrei e Musulmani studiano i gruppi sanguigni e la formazione del DNA nelle Facoltà di Medicina.
   Non siamo, forse, plagiati dai modelli americani, chiede ancora il nostro Lettore? Certamente. Ma questo succede così facilmente proprio perché il consumo, la comunicazione, la globalizzazione dei mercati si trovano nella direzione di senso del cambiamento, del divenire. Non è detto, però, che ci dobbiamo arrendere. Proprio perché il nostro modello culturale è fondato sul dubbio e sul divenire, possiamo cambiare direzione, non nel senso ovviamente dello stare fermi, o del tornare indietro, ma proprio nel non proseguire su una strada di cui ci accorgiamo che è errata. Facciamo un esempio, sul quale poi si basa il mio insistere sulla difesa dell’italianità. L’Unione europea, così come la spinta ossessiva dei governanti, italiani ed europei, sulla necessità di usare i computers, i libri elettronici, di conoscere l’inglese, portano ad una “colonizzazione americana” molto più grave e profonda che non il consumo di cocacola o di salsicce. La lingua è il contenitore e lo strumento essenziale di tutta una cultura. Usando l’inglese, cosa che non può non avvenire in un insieme di paesi quali quelli riuniti nell’unione europea forniti tutti di una propria lingua, gli ottusi governanti dell’unione, che si sono prefissi di creare un Impero tanto forte da poter contrastare il potere dell’America, in realtà la favoriscono in modo profondo, essenziale, perché con la lingua “si pensa”, con le patatine fritte e con lo stomaco, no. L’inglese (e nel nostro sito lo avevo già proposto fin dall’inizio) non è “inglese”, ma American language: senza la potenza dell’America non sarebbe certamente l’Inghilterra a poterlo imporre. Dunque penseremo come pensano gli Americani.

 

La difesa dell’Italianità


   Perché dunque, mi batto con tanta ostinazione contro l’omologazione dei paesi europei? Perché sono stati prima di tutto i Romani a fondare una cultura laica, e in seguito il pensiero, la civiltà italiana. Sì: Italiano, quello che la Chiesa ha sempre combattuto, ben sapendo che era il popolo italiano il pericolo maggiore, erede dei Romani e fornito di una intelligenza critica quale nessun altro popolo, almeno fino ad oggi, ha mai posseduto. E’ stato un Italiano, Lorenzo Valla, a dimostrare che la donazione da parte dell’Imperatore Costantino di territori italiani alla Chiesa, era un documento falso, e che, di conseguenza, lo Stato Pontificio era illegittimo. E’ stato un Italiano, Galileo Galilei, a dimostrare, facendolo sapere a tutto il mondo con la forza che la sua fama di scienziato possedeva, che la Terra girava facendo crollare il sistema tomistico. Copernico, che aveva mosso i primi passi in questa direzione, era tuttavia un signor nessuno, non sarebbe mai riuscito a mettere in difficoltà il sapere teologico. Infatti è Galileo che l’Inquisitore, il Gesuita Roberto Bellarmino, ha sottoposto a processo condannandolo agli arresti domiciliari a vita. Wojtyla si è dimenticato, quando ha presuntuosamente chiesto scusa a Galileo, di togliere Roberto Bellarmino dal catalogo dei Santi, pur essendo stato il Giudice che, prima di condannare Galileo, aveva condannato, dopo averlo sottoposto a tutte le forme di tortura previste dal codice dell’Inquisizione, ad essere bruciato vivo in piazza Campo dei Fiori in Roma, un altro grande Italiano che non aveva mai smesso di criticare la Chiesa: Giordano Bruno.
   Gli Italiani hanno sempre usato le armi dell’intelligenza contro il Potere, ed è per questo che la loro fine sarà la fine di uno dei massimi prodotti della libertà.

Roma, 03 Ottobre 2004  

(*)

Salvare gli italiani?

LETTERA
01/10/2004
Federico V.

Gentile signora Magli,

leggo sempre con interesse i suoi articoli, e ho stima per la brillante antropologa che è in Lei, ma negli ultimi tempi, pur seguitando a leggereLa con immutato interesse, ho notato sempre di più nei Suoi articoli una paura, direi ossessiva, che l'identità italiana venga annientata, e quindi della sempre più pressante necessità di salvare l'Italia dal pericolo di una totale e catastrofica cancellazione politica e culturale.
Lei attribuisce la colpa di tutta questa catastrofe di imbarbarimento, a una sempre maggiore infiltrazione in Italia dell'islam, a un sempre maggior potere dell'Unione Europea, all'immigrazione in genere di cinesi, filippini, albanesi, o russi che siano (Sue parole).
Non posso non essere d'accordo con Lei sul fatto che un' Italia multietnica non conserva le proprie tradizioni e identità allo stesso modo di un'Italia composta e governata unicamente da italiani. (Magari per me la cosa non è così catastrofica, ma tant'è).
Quindi, se per Lei è così fondamentale la salvaguardia della propria identità nazionale, Le chiedo di spiegarmi perchè Lei teme così tanto la perdita d'identità nazionale dovuta a influenze di culture mussulmane, cinesi, filippine, albanesi o russe, mentre (almeno dai Suoi articoli che ho letto), mentre non teme affatto la perdita d'identità nazionale dovuta a influenze della cultura angloamericana.
Non c'è dubbio che l'Italia negli ultimi anni, più che islamizzata, si è "americanizzata", siamo diventati grandi consumisti, ci siamo fatti inquinare le nostre (ottime!) abitudini alimentari con cibi pronti, cocacola, hamburger..., e ci siamo fatti imbarbarire il nostro vocabolario con un'infinità di termini non arabi, ma inglesi.
Nella storia c'è stato solo un popolo che, ritenendosi superiore agli altri, anzi "eletto da Dio", si è sempre trincerato nella propria identità, non accettando mai influenze esterne. Il popolo ebreo, appunto.
Non mi sembra che in più di duemila anni questa loro mentalità li abbia resi felici o più fortunati, o più sicuri... anzi....
Allora non capisco perchè Lei auspicherebbe che anche noi italiani dovremmo "fare come gli ebrei", ritenerci migliori degli altri, salvaguardando la nostra razza da influenze esterne, governandoci e difendendoci sempre da soli, senza collaborare o "unirci" con chicchessia.
Allora si che ci sarebbe veramente da aver paura, perchè rischieremmo che un qualche dittatore straniero, a un certo punto possa decidersi di sterminarci....

Federico V.

 

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