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Pubblicando
questo testo, abbiamo voluto informare i nostri lettori. Ma non
possiamo fare a meno di sottolineare il fatto che il problema delle
lingue esisteva, e andava affrontato
prima ancora di progettare
l’unione europea. E’ l’assoluto disprezzo per i popoli, per la loro
identità storica, letteraria, psicologica, che ha fatto sì che i
politici progettassero l’unificazione senza tenere nel minimo conto le
differenze linguistiche. L’unione europea è stata progettata a
tavolino, con un unico metro di comunicazione fra i nuovi aspiranti ad
un potentissimo impero: la moneta e qualche termine tecnico in
inglese. E’ la sola cosa che apprezzano, la sola cosa che, sia pure
stentatamente, conoscono.
Per quanto, quindi, sia da condividere qualsiasi iniziativa che
metta al corrente gli Italiani del fatto che la loro lingua presto
sparirà, diventando un dialetto locale, bisogna ripetere per
l’ennesima volta che siamo governati da traditori: traditori che
disprezzano, e disprezzando opprimono con la violenza
dell’annullamento culturale, i popoli che dovrebbero servire.
Preoccuparsi del “costo” delle traduzioni, o della “numerosità” dei
popoli nel contesto dell’unione europea, è francamente offensivo e
comunque inutile. Dall’unione europea ci si salva soltanto uscendone,
sbattendo la porta in faccia ai nostri così come a tutti gli altri
governanti.
Nell’Occidente europeo le lingue sono state strumento di creazione
poetica, letteraria, musicale, giuridica; insomma strumento di
civiltà, laddove per civiltà si intenda (ma forse tutto questo si è
già perso) la produzione del pensiero in tutti i campi dove la
creatività umana si è manifestata al suo massimo livello. Se esistono
lingue “minoritarie”, queste non sono tali perché parlate da popoli
poco numerosi, ma perché non hanno prodotto “cultura”, o ne hanno
prodotta in modo limitato. L’idea che possa contare la numerosità è
frutto della più brutale ignoranza e di una estensione impropria del
concetto di democrazia.
La grandezza della lingua latina non è mai consistita nel numero
delle persone che la parlavano: nell’immenso Impero Romano, soltanto
le persone colte e coloro che svolgevano funzioni di magistratura
conoscevano il latino; né i Romani hanno mai imposto ai popoli a loro
sottomessi di parlare latino. Eppure il latino ha resistito, per la
sua immensa capacità espressiva, duttile alle maggiori creazioni del
pensiero, per molti secoli anche dopo la fine dell’Impero Romano; e
per le scienze, la teologia, la letteratura colta fino alla fine del
1800. Uguale discorso si può fare per la lingua italiana, conosciuta
in tutti i campi della produzione artistica tanto che anche i maggiori
musicisti stranieri - tedeschi, austriaci, francesi, inglesi,
polacchi, ungheresi - si sono ispirati ai canti di Petrarca così come
del Tasso per comporre i loro Lieder, i loro madrigali, i loro
melodrammi. Volete dei nomi? Vi bastano Haendel, Schubert, Mozart?
(Per questo appassionante argomento, vorrei indicarvi un libro
conosciuto forse soltanto dagli specialisti, ma che emana una luce
straordinaria: Nino Pirrotta: Scelte poetiche di musicisti,
Venezia, 1987, Marsilio Ed.).
Ma cosa dire ormai di fronte all’abissale ignoranza di coloro che
ci governano se non che non hanno diritto di dichiararsi cittadini
italiani? A loro andrebbe tolta la cittadinanza, oltre che qualsiasi
carica di potere.
Uscire dall’unione europea: questa è l’unica strada ancora
percorribile e nella quale abbiamo il dovere di credere e di sperare,
al di là di quello che siamo in grado di fare. □
Roma, 26 settembre 2004
Chieti, 25 Settembre '04 - Anno XXII - n. 284-'04
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Una denuncia del Comitato
Allarme Lingua
nella Giornata delle lingue Europee
Bruxelles cancella la
lingua italiana
La rappresentante a Bruxelles
del Comitato Allarme Lingua, Anna Maria Casagrande, ha inviato una
lettera agli europarlamentari italiani, in occasione della Giornata
delle Lingue Europee (26 settembre), con la quale denuncia una
sconcertante manovra per eliminare la lingua italiana dal consesso
della UE. Lo riferisce "Dis-Espresso", supplemento dell'Agenzia
esperantista "Disvastico", diretta dal collega Giorgio Bronzetti.
La Sig.ra Campogrande, funzionaria della Commissione europea, segue
con molta attenzione - ed apprensione, specialmente in questi giorni
di cambiamento dei commissari - gli sviluppi del dibattito sulle
lingue di lavoro da utilizzare nell'Unione europea e nutre fiducia che
i politici italiani si mobilitino per chiedere al neo Presidente della
Commissione Barroso, prima che sia troppo tardi, delle garanzie per
l'italiano e per il multilinguismo.
La situazione linguistica, in seno alle istituzioni europee è delle
più gravi. Il "Gruppo Antici" del Consiglio sta studiando, in gran
segreto, un modus vivendi linguistico in vista delle nuove adesioni,
sulla base del documento della presidenza danese, che non aveva
trovato alcun consenso in seno al Consiglio Europeo. Le voci che
trapelano sono delle più inquietanti, per tutti, ma in maniera del
tutto particolare per l'Italiano che è la lingua di uno dei quattro
grandi Stati Membri dell'Unione e Membro Fondatore della Comunità
Europea insieme a Francia e Germania.
Corre voce, negli ambienti comunitari di Bruxelles, che l'orientamento
del gruppo di lavoro sarebbe quello di consacrare, sulla carta, un
sistema basato su tre lingue: francese, inglese e tedesco e che questo
nodo centrale sarebbe accompagnato da misure, tra le più
antidemocratiche e tra le meno "comunitarie" immaginabili, le quali,
predisporrebbero dei contingenti di traduzione-interpretazione per
ogni Stato Membro aldilà dei quali ognuno dovrà pagarsi le proprie
traduzioni-interpretazioni, trasformando, in tal modo, questi servizi
in una specie di shopping-center à la carte.
Un sistema linguistico di questo tipo occulta completamente la
dimensione politica dei Servizi linguistici che invece di essere
considerati uno strumento di democrazia, al servizio dei cittadini
europei, vengono equiparati a dei servizi di manovalanza, trascurando
il fatto evidente che l'Unione Europea ha bisogno urgente di una
politica linguistica degna di questo nome. Nel sistema, in fase di
costruzione, quello che colpisce di più è che questo farà pesare sui
Paesi più deboli, e su quelli che non saranno riusciti ad imporre la
loro lingua, come lingua di lavoro effettiva, i costi dei servizi di
traduzione e di interpretazione, salvo consentire l'uso esclusivo
delle tre lingue con grave danno della partecipazione effettiva e
concreta, di questi Paesi, al processo di integrazione europeo. Si
noti, come ironia finale del sistema, che alle spese per l'uso delle
tre lingue contribuiscono tutti i paesi dell'Unione. Gli italiani,
quindi, pagheranno perché la loro lingua non sia usata e poi
pagheranno di nuovo per avere la traduzione in italiano.
Apparentemente, gli ambienti italiani non avrebbero niente da eccepire
sulla messa in opera di questo sistema anche se le condizioni imposte
all'Italia appaiono talmente inique da costituire una ragione valida,
tra le più pertinenti, per ritirarsi dall'Unione.
Nessuno finora ha, infatti, spiegato alle autorità italiane, e
soprattutto al popolo sovrano, secondo quali criteri la Commissione
Prodi abbia ritenuto come lingue di procedura: il francese, l'inglese
e il tedesco, che sono le lingue di tre dei quattro "grandi"
dell'Unione, lasciando da parte l'Italia che è il quarto. L'Unione ha
infatti solo quattro grandi Paesi e l'Italia è uno di questi. L'Italia
è inoltre Membro Fondatore della Comunità Europea e, a questo titolo,
depositario del progetto originario. Se il criterio di selezione è
quello demografico, che sarebbe il solo ad avere un minimo di
legittimità, insieme a quello dell'appartenenza al gruppo fondatore,
l'italiano non può non far parte della rosa delle lingue prescelte. Ma
Bruxelles tace, le decisioni che si prendono nel settore linguistico
sono tra le meno trasparenti.
C'è da chiedersi se Ie autorità di Bruxelles non considerino gli
Italiani cittadini di minor peso dei Francesi, dei Tedeschi e dei
Britannici. C'è anche da chiedersi se questi fatti, accompagnati dalle
politiche nazionali relative alla pubblica istruzione, non segnino
l'inizio ufficiale della colonizzazione linguistica e culturale
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ABRUZZOpress - N. 284 del 25
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dell'Europa con il beneplacito
dei nostri politici, di ogni bordo, e dei nostri Ministri.
A questo appello Anna Maria Campogrande ha unito la lettera che
Giorgio Bronzetti ha inviato, come coordinatore del Comitato Allarme
Lingua, a gennaio, al responsabile dell'Amministrazione dei Servizi
Linguistici Neil Kinnock, allora anche vice presidente della
Commissione europea, per protestare della decisione di ridurre a 3 le
lingue di procedura (francese, tedesco e inglese) in discordanza con
la lettera e lo spirito dei Trattati. Si chiedeva che la Commissione
prendesse atto di questa situazione discriminatoria nei confronti
dell'Italia e vi ponesse rimedio inserendo l'italiano tra le lingue di
procedura e di lavoro effettive della Commissione.
Nella risposta del capo gabinetto della Commissione si affermava:
"Come Lei sa, la Commissione decide all'inizio di ogni mandato quali
sono le lingue di lavoro che saranno poi utilizzate per il periodo del
mandato stesso. Questa decisione viene generalmente presa in seguito a
proposta formulata dal Segretariato Generale della Commissione, che
dipende dal Presidente della Commissione Europea" e si trasmetteva
quindi la lettera di Allarme Lingua ai servizi competenti.
Nella successiva lettera inviata in aprile a Bronzetti il Capo unità
Lars Mitek, del Segretariato Generale della Commissione europea,
sosteneva che tutte le lingue citate nel regolamento n.1 del 1958 sono
lingue ufficiali e di lavoro che hanno pari diritto a essere
utilizzate e che nessuna decisione limitativa a tre delle lingue di
lavoro fosse stata presa tranne per i documenti presentati al collegio
dei commissari che non sono tradotti d'ufficio nelle undici lingue
ufficiali attuali, ma redatti in inglese, francese e tedesco.
Lars Mitek - si badi bene - terminava la lettera con una frase per
niente sibillina: "Data la limitatezza delle risorse e per ragioni di
rapidità, l'impiego di talune lingue di lavoro resterà limitato."
Quindi anche se si riuscisse, non si sa come, a piazzare l'italiano in
prima fila, a conti fatti, rebus sic stantibus, la musica (cioè
"music") sarebbe in sostanza la stessa.
Per ulteriori informazioni:
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